venerdì 2 settembre 2022

Termine o Cippo di Confine - Storia e diffusione in Italia

 

Con cippo di confine si intende un segnale che indica il confine tra due stati.

Normalmente il cippo è realizzato con pietre o pali; i cippi indicanti gli armoriali di due paesi limitrofi recano incisioni su rocce inamovibili. Oltre all' armoriale in genere riportano anche l'anno di collocazione del cippo e il suo numero d'ordine. Al di sopra del cippo a volte un solco indica il tracciato del confine. Al di sotto del cippo invece vengono spesso interrati testimoni di confine (ad esempio cocci marcati con appositi segni) con la funzione di verifica della collocazione originaria del cippo nel caso di una sua rimozione.

I cippi terminali sorsero in età romana come confini tra proprietà e "furono rivestiti di valore sacrale. In tal senso vanno considerati i Terminalia, le feste che si celebravano il 23 febbraio dedicate al dio Terminus"; a loro tutela il diritto romano predisponeva un'apposita formula di giudizio, l'actio finium regundorum.

I cippi in epoca moderna cominciarono a diffondersi, come segni di confini tra Stati, a partire dal XV secolo; in ambito urbano, comunque, i cippi continuarono ad esercitare un ruolo di confine amministrativo per tutta l'età successiva.

La storia dei termini o cippi di confine si perpetua nei secoli e troviamo anche dei documenti che testimoniano come avveniva la misurazione dei confini e l’installazione dei cippi a definirlo.

Il documento è una serie di disegni di un “agrimensore” francese (quelli con il cappello rosso sono gli agrimensori dei due confinanti gli altri sono semplici “aiutanti ) [Bertrand Boisset]

L’escursionista Gianluca Diana in una sua passeggiata nel bosco di Subiaco ne fotografa uno molto particolare. Esso presenta lo Stemma benedettino abbaziale (XVII sec) ed indica il Rettoraggio di Santa Scolastica riprodotto sui cippi di confine : questi cippi sono la testimonianza storico-archeologica che riguardano il complesso tema territoriale del Rettoraggio attraverso i secoli.

Il monastero di Santa Scolastica di Subiaco, all'origine dell'abbazia territoriale omonima, fu uno dei tredici monasteri fondati da san Benedetto da Norcia nella prima metà del VI secolo nel territorio sublacense.

Fondamentale per la conoscenza della storia del monastero e delle varie esenzioni e privilegi di cui fu dotata è il Regesto sublacense. Dopo la distruzione ad opera dei Saraceni, il monastero dei santi Benedetto e Scolastica (oggi Santa Scolastica) fu ricostruito e ottenne da papa Leone VII le prime proprietà e soprattutto, il 29 maggio 939, l'esenzione dalla giurisdizione episcopale. Un'ulteriore concessione fu data dall'imperatore Ottone I l'11 gennaio 967, in base alla quale l'abbazia sublacense ottenne l'immunitas su una serie di terre e castelli di sua proprietà, diventando così uno stato autonomo nel contesto del Sacro romano impero; l'autonomia temporale perdurò fino al 1753.

«Un altro documento importante del Regesto è il privilegio di Giovanni XVIII (1004-1009) del 21 luglio 1005, con cui venivano confermati i possedimenti e i diritti dell'abbazia ed erano sottratti ai poteri d'ordine del vescovo diocesano non solo il monastero, ma anche le chiese rurali. Quindi si può parlare di abbazia nullius solo per il monastero e le chiese incorporate a esso. Il privilegio venne confermato anche da Leone X (1049-1054) nel 1051

La necessità di definire i limiti della sfera di giurisdizione del monastero Sublacense di S. Scolastica è stata nel tempo variamente sentita.

G. P. Carosi sciolse il nodo della definizione politica dei possedimenti dell’abate di Subiaco tra X e XIII secolo.

Dal privilegio di Ottone I del 967,i possedimenti del monastero di Subiaco furono infatti considerati immuni dal controllo di qualsiasi potere esterno. L’abbazia territoriale di Subiaco alla pari delle diocesi confinanti, aveva suoi terminainterni ed il confine nord del suo territorio corrispondeva alla divisione tra Terra Sancti Petri e territorium Marsicanum”

da I CONFINI DEI POSSESSI DEL MONASTERO SUBLACENSE NEL MEDIOEVO (SECOLI X-XIII) di Paolo Rosati

https://www.academia.edu/5144437/I_confini_dei_possessi_del_monastero_sublacense_secoli_X_XIII_

Ma abbiamo altri esempi di termine di confine nel teritorio italiano :

Il Termenù e i cippi di confine (Riccomassimo)


A metà del Settecento, durante il governo dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria, venne definito il confine tra l’Impero austro-ungarico e la Repubblica di Venezia. In seguito al trattato di Rovereto del 31 agosto 1752 vennero precisate anche le proprietà dei Lodron, costretti ad abbandonare il Pian d’Oneda, dietro pagamento di un’ingente somma da parte della comunità di Bagolino, a favore della quale il Comune di Storo firmò un’impegnativa fideiussione con l’approvazione imperiale.

Lungo il confine vennero posizionati grossi cippi di granito contrassegnati da lettere progressive dell’alfabeto e numerati. Ne sono rimasti solo due.
Il cippo più noto (Termenù) si trova a Riccomassimo, nel podere di Gilberto Lombardi, ed è contrassegnato n. 1 A 1753. L’altro è a Baitoni, 400 metri oltre la passerella sulle rocce, a sud del ristorante Miralago, lungo un sentiero che segue la costa del lago. È monumentale, alto quasi due metri, e ha scolpite su entrambe le facciate la scritta n. 6 F 1753. Sui lati nord sud ci sono due nicchie rettangolari che dovevano contenere rispettivamente l’effige bronzea dell’imperatrice e il leone veneziano di S. Marco.
Un altro segno del medesimo confine è scolpito nella roccia lungo il “Sentiero dei contrabbandieri. Dopo una decina di minuti di cammino, si vede incisa nella roccia (evidenziata da un segnale turistico) la data 1753. Di qui la linea di confine proseguiva poi verso la Valle di Vestino, dove altri cippi, fino al numero 36, sono stati rinvenuti e intelligentemente recuperati.
Altre colonne in granito si trovano lungo il lato nord di via Campini e sulla costa trentina del lago d’Idro presso la foce del Caffaro; alcune sono marcate 1882, altre 1885; segnavano il confine fra Italia e Austria; sui lati contrapposti, a nord e a sud, sono incide le lettere A (Austria) e I (Italia). Un alto cippo di granito, datato 1876, è collocato adesso nel parco giochi di Baitoni, un altro ancora lungo la provinciale Storo-Baitoni, con la data 1869.

Testi elaborati dall'associazione Il Chiese, materiale fotografico fornito da Lodron Fotoclub

Abbiamo poi quest'articolo di recente pubblicazione :

Trovato rarissimo cippo pomeriale in Piazza Augusto Imperatore: posizionato da Claudio nel 49 d. C. per delimitare i confini di Roma.


Una scoperta "eccezionale" avvenuta circa un mese e mezzo fa nel corso di un intervento per la realizzazione di un nuovo sistema fognario della piazza. In buono stato di conservazione era posizionato esattamente dove era stato sistemato in origine. Raggi: "Emozionante, la nostra città è straordinaria"

Lo hanno trovato vicino all'allaccio del collettore fognario, interrato e in parte danneggiato, ma subito si sono accorti che la scoperta era eccezionale: il cippo pomeriale in travertino rinvenuto durante i lavori di rifacimento di piazza Augusto Imperatore era stato posizionato dall'imperatore Claudio nel 49 d. C. per segnare il confine tra la città di Roma e l'ager (il territorio esterno).

Fu lui che, dopo la conquista della Britannia, decise di estendere i limiti dell'antica Urbe conferendole un nuovo limite sacro, civile e militare. Quando è stato ritrovato un mese e mezzo fa era in piena falda acquifera e non poteva essere lasciato sottoterra. Così, per renderlo visibile a tutti, è stato portato nella sala Paladino del museo dell'Ara Pacis e prossimamente sarà valorizzato all'interno del Mausoleo di Augusto.

"Si tratta di un nuovo importante tassello della Storia di Roma - ha spiegato la Soprintendente speciale Daniela Porro durante la conferenza stampa all'Ara Pacis - il pomerio era il recinto sacro in cui non si poteva entrare armati né fare sepolture. L'allargamento del pomerio era una decisione politica e religiosa molto importante e delicata contro cui si scagliò il Senato".

Claudio ebbe la meglio e questo atto si inseriva in una politica più ampia dell'imperatore: infatti aveva il proposito di allargare la cittadinanza anche alla Gallia (dove Claudio era nato). Voleva tornare a una visione multietnica e inclusiva di Roma così com'era al momento della sua fondazione. Ma i senatori si opposero, convinti che la cittadinanza spettasse solo agli italici: era già in atto lo scontro tra i sostenitori dello Ius Sanguinis e dello Ius Soli.

"Dunque l'allargamento del pomerio - continua Porro - aveva un preciso significato simbolico ma era anche funzionale ad accogliere nuovi cittadini".

Prima di questo cippo, l'ultimo è stato ritrovato 100 anni fa e rispetto agli altri si è conservato quasi interamente nelle sue originali dimensioni: misura 193 centimetri di altezza per 74,5 di larghezza per uno spessore di 54 centimetri.

Solo la parte superiore, una ventina di centimetri, manca. Il direttore dei Musei capitolini, Claudio Parisi Presicce, ha spiegato che nella parte mancante era stata incisa la prima parte dell'epigrafe che in tutto conta nove righe: vi era riportato il nome di Claudio e le sue cariche, compresa quella di Censore che gli ha permesso di modificare i confini pomeriali.

Poi, ancora visibile, la spiegazione di quell'allargamento: "Auctis popoli romani finibus". Ovvero: "Perché è stato ampliato il territorio del popolo romano".

Claudio era un imperatore molto particolare, avrebbe voluto studiare e ricostruire l'antica tradizione etrusca: addirittura introdusse alcune lettere che risalgono alla tradizione etrusca. Sono presenti nel cippo e questo rende la scoperta ancora più interessante, un racconto marmoreo della sua volontà di includere diverse civiltà. "Roma non smette mai di stupire e si mostra sempre con nuovi tesori", ha concluso la sindaca Virginia Raggi.

Termine di confine dei Malaspina a Giovagallo

Tra le tante cose antiche, che si incontrano nei boschi della Lunigiana, ce ne sono alcune che mi affascinano tanto: i termini o cippi di confine.

Essi possono avere diverse funzioni: delimitare, fissare la direzioni, determinare i confini, ricordare un qualcosa. Solitamente sono fatti in pietra arenaria e possono avere varie forme. Riportano spesso simboli, date, linee e, a volte, ci dicono tante cose di un luogo.
Ovviamente hanno un ruolo importante nello studio della storia, perche ci indicano con certezza il confine dei feudi. Inutile dire che nell'antichità, erano importantissimi e salvaguardati. Nello statuto della comunità di Terrarossa (libro 5º Cap.XI) si legge: "Chi con mala intenzione per usurpare i beni altrui confini di se, et de sua confinanti removerà termini sia punito per ciascuna volta e per ciascun termine a lire dieci e di più a rimetter in detto luogho detto termine".
Tra i cippi più belli che ho trovato, ci sono sicuramente quelli di Giovagallo. In particolare due, di forma e dimensione identica, posti a pochi metri l'uno dall'altro. I due cippi si trovano su un’ ampia strada di terra, verosimilmente trafficata fin dai tempi antichi.
Il primo cippo (quello delle prime foto in basso), presenta un solco sulla parte superiore. Da un lato largo, ha una riga centrale con delle righe laterali che partono da quella centrale.... purtroppo è molto consumato, ma osservandolo da vicino si può notare che il disegno ricorda lo stemma dei Malaspina dello "spino secco”. L'altro lato presenta delle linee scolpite, quasi a formare una riga terminante in due frecce (<---→). Ha una particolarità interessante: è molto consumato al centro, in senso orizzontale. Ci siamo chiesti il motivo e siamo arrivati ad una conclusione molto plausibile: quelli sono i segni di una corda che per anni ha consumato la pietra. Magari corde che servivano a legare dei cavalli o degli animali da tiro, magari in un momento di riposo, dopo aver fatto molta strada.
L'altro presenta una grande V sul lato largo, posto ad ovest. Questo fa supporre il che la V indichi il feudo di Veppo. Sul lato opposto (quello ad est) c'è scolpita una grande T che, quasi certamente, indica il feudo di Tresana. Sui lati stretti presenta: da un lato la data 1563, mentre dall'altro una croce. Il tutto è visibile nelle foto sotto.
Purtroppo, quest'ultimo cippo è stato rubato e quelle postate, forse sono le uniche foto esistenti, fatte molto tempo fa. Per questo motivo, non posso indicare pubblicamente su internet, il luogo dove si trova il cippo "superstite". Inutile dire che se vi dovesse succedere di vederlo in qualche giardino, provvedete immediatamente a fare denuncia, visto che queste persone stanno rubando la nostra storia.

Cippi di confine nell’Appennino tosco – emiliano


Percorrendo il crinale di confine tosco - emiliano - Province di Parma e Massa Carrara, ci si imbatte in parecchi cippi in pietra arenaria, messi a dimora nell'anno 1828 per delimitare la linea di confine tra il Ducato di Parma ed il Gran Ducato di Toscana.

I "termini" originariamente collocati erano in numero di 123, come si evince dalla seguente:

Raccolta Generale delle Leggi per gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla – Disposizione Presidenziale che pubblica l’atto finale del collocamento de’ termini lungo la linea di confine tra gli Stati di Parma e quelli di Toscana. Parma, 7 Gennajo 1829”.

Atto finale del collocamento dei termini nella linea di confine, tra il Ducato di Parma e il Gran Ducato di Toscana. Processo verbale dell’apposizione dei termini, di confine sulla linea dell’Appennino tra il Ducato di Parma e il Gran Ducato di Toscana. L’anno mille ottocento ventotto, questo dì quattordici Ottobre.

Essendo che colla Convenzione fatta in Firenze il ventisette Novembre 1824 fossero combinate le vertenze giurisdizionali vigenti già sopra alcuni punti della linea dividente i Dominj Parmigiano e Toscano sull’Appennino; e fosse convenuto che le Commissioni da nominarsi per l’apposizione dei termini, e per ogni altra misura diretta ad assicurare la piena e perpetua osservanza degli articoli concordati, passerebbero un atto contenente la descrizione delle operazioni eseguite, nonchè le condizioni, e dichiarazioni di natura di simili atti....(omisis)



Termine n.° 121 posto come sopra sul crine del Monte luogo detto la Nuda di Iera a lato della strada che conduce a Iera suddetta venendo dal Parmigiano (secondo di triplice confine), ove ha fine il Dominio Estense col suddetto Territorio di Treschietto e ricomincia il Bagnonese Toscano, proseguendo sempre il Parmigiano col Comune di Monchio, distante dal precedente pertiche fiorentine 1987, pari a metri 5656 e cent. 04.
Termine  n.° 122, posto come sopra sul crine del Monte, luogo detto Bragolata o Losura, (terzo di triplice confine), ove abbandonato nuovamente il Toscano, torna l’Estense col Territorio di Varano, ed il Parmigiano col Comune di Monchio, distante dal precedente pertiche fiorentine 193, pari a metri 578 e cent. 16.
Termine n.° 123, posto come sopra sul crine del Monte nella Foce, luogo detto Branciola o Sella (quarto di triplice confine) ove lasciato l’Estense, incomincia il Toscano col Territorio Fivizzanese, seguitando sempre il ridetto Comune di Monchio Parmigiano, distante dall’antecedente pertiche fior. 870, pari a metri 2,540 e cent. 40.

Queste notizie le ho prese dal seguente sito:
http://www.lavocedimonchio.it/Microsoft ... 0Tosco.pdf


è molto interessante e, oltre alla ricerca ed alla descrizione dei cippi di confine, contiene narrazioni sul contrabbando del sale, sui mercati , su letali traversate invernali, su controversie per la pulitura di strade dalla neve, (metà 1700 e fine 1800)

Nella parte iniziale (Nord - Foce dei tre confini) e (Sud - Monti Bocco e Malpasso - zona Passo del Lagastrello) si trovano cippi di confine anche fra gli Stati di Parma e Genova (GE), fra Toscana e Genova (GE), a Nord, e fra Parma e Modena ed uno fra Modena e Lucca.
Infine nella zona del Passo del Cerreto si trova ancora un termine di confine dell' Empire Francais napoleonico.

Concludo con i Cippi di Confine papalini/borbonici tanto noti nel nostro territorio

Un confine lungo tredici secoli quello tra lo Stato Pontificio ed il Regno delle due Sicilie. Non riuscendo a stabilire l’esatto confine per gestire le risorse del territorio, finalmente venne sottoscritto a Roma, il 26 settembre 1840, un trattato che tra l’altro prevedeva l’installazione di 686 Termini di confine numerati progressivamente dal mar Tirreno al mar Adriatico (la numerazione effettiva va da 1 a 649 perché alcuni Termini hanno lo stesso numero seguito da una lettera alfabetica maiuscola).


chiavi di Pietro 
 

giglio borbonico


medaglia di confine 1840


Erano delle colonnette cilindriche in pietra alte poco più di un metro scolpite in loco con inciso da una parte il Giglio Borbonico (Regno delle due Sicilie) ed il numero, dall’altra parte le Chiavi di San Pietro (Stato Pontificio) con la data d’installazione, sulla sommità della colonnetta il solco della linea di confine, le due estremità di esso erano rivolte in linea d’aria al cippo che lo precede e che lo succede, poteva poi capitare che uno sperone di roccia fungesse da cippo come ad esempio il N° 26 di Monte Cavallo a Sonnino.

L’ installazione dei cippi iniziò effettivamente nel 1846, il N° 1 si trova a Terracina.

Nel territorio di Sonnino si trovano tutti in ambiente montano, attraversano quel confine naturale che sono i Monti Ausoni e sono in totale 16 di cui 13 ancora integri.

Alcuni cippi già in passato vennero quasi subito divelti per rubarne la cassetta in legno sepolta alla loro base con all’interno una medaglia commemorativa.

Gran parte dei cippi sono dovuti esser riposizionati, dei tre mancanti sulle cime del confine di Sonnino non se ne hanno traccia.

La fortuna dei cippi ebbe breve durata, da li a pochi decenni dalla loro installazione l’antico confine venne cancellato con l’unità d’Italia.

Termini o cippi di confine nel territorio di Sonnino

N 18 Cima Monte Romano (assente)

N 19 Spregatora di M. Romano

N 20 Cisternone

N 21 Cavuto delle Terre di S. Pietro

N 22 Pero Ciavolone 1°

N 23 Pero Ciavolone 2°

N 24 Lo Peschio

N 25 Monte Ceraso

N 26 Il Cavallo

N 27 Cisterna Maleccia

N 28 Serra del Conte

N 29 I Cima di Monte Tavanese

N 30 II Cima di Monte Tavanese (assente)

N 31 Cima della Serra Tavanese

N 32 Serra Tavanese

N 33 Monte delle Fate (assente)


N 18 Cima Monte Romano


N 19 Spregatora di M. Romano




N 20 Cisternone



N 21 Cavuto delle Terre di S. Pietro



N 22 Pero Ciavolone 1°



N 23 Pero Ciavolone 2°



N 24 Lo Peschio



N 25 Monte Ceraso



N 26 Il Cavallo



N 27 Cisterna Maleccia



N 28 Serra del Conte



N 29 I Cima di Monte Tavanese



N 30 II Cima di Monte Tavanese



N 31 Cima della Serra Tavanese



N 32 Serra Tavanese 



N 33 Monte delle Fate




mercoledì 25 maggio 2022

L' abito del brigante


Il brigante aveva sul capo, un poco inclinato sul davanti, il tradizionale cappello a cono di feltro, alto, con le tese strette e rivolte all’insù, cinto da nastri colorati, crini, intrecciati in più giri e che ricadevano sulle spalle. 
Negli intrecci erano fissati i pennacchi costituiti da piume di fagiano, gallo, pavone o faraona, ma anche piccole immagini devozionali, santini, il più delle volte l’immagine della Vergine. 
I capelli erano lunghi e folti, raccolti dietro da una treccia e sistemati in una rete a forma di sacchetto chiusa da un nastro. 
Sulle spalle un tabaro di panno scuro, un mantello ampio usato sia per ripararsi dal freddo e per nascondere dalla vista la loro identità, ovvero il loro fucile pronto per agire con i malcapitati. 
L’abbigliamento nascosto sotto il mantello è 
variopinto : una giacca a falde corte, gilet, pantaloni di velluto, calze bianche (pezze) e ciocie. 
La giacca era ornata da bottoni d’acciaio o galloni d’argento. I tessuti più comuni sono il panno ed il fustagno (vellutino) , i colori più frequenti sono il verdone, il verde oliva, il blu, il castagno rossiccio, il marrone, il grigio ferro e cenerino. 
Intorno al collo, allacciato alla Talma o fermato con un cappio, portavano un fazzoletto di cotone colorato. 
I pantaloni sono a ponte con apertura sul davanti e doppia fila di bottoni, corti al ginocchio e chiusi da fibbie sul polpaccio. 
Sul ventre una lunga fascia di stoffa, poteva essere lunga anche un paio di metri ed avvolta in più giri sulla vita, fermata solo da un’annodatura particolare veniva chiamata “ventriera”.
Il calzare usato era appunto la ciocia, rudimentale calzatura di antica tradizione, costituita da una soletta di cuoio stretta al piede da dei lacci incrociati ai piedi e più volte girate attorno e fermate a mezza gamba.
I briganti facevano sfoggia di gioielli, orologi, anelli e collane, frutto di rapine e riscatti. Alle orecchie le così dette “cancane”, orecchini a 
cerchio, regalati loro dai compari alla propria nascita, secondo un’antica tradizione popolare, per scongiurare il malocchio.
I fucili utilizzati sono quelli con le canne mozze e i tromboni, più facili da nascondere sotto la mantella, pistole a pietra focaia e coltellacci alla genovese, in vita la cartucciera chiamata “padroncina”.

domenica 24 aprile 2022

La Fiera Secolare di San Marco a Sonnino



25 APRILE FIERA DI SAN MARCO NELLA TRADIZIONE DI SONNINO COME DA STATUTO

"L'ANTICO STATUTO DI SONNINO (sec.XIII)" di Aldo Cardosi 

LVI.Delle Fiere o Mercati che si debbono fare e celebrare ogni anno 
A lode e gloria di Dio onnipotente,della beata Vergine Maria Sua Madre e del gloriosissimo Evangelista San Marco, nostro spontaneo protettore e difensore, con questa espressa disposizione,valore in perpetuo, stabiliamo,
ordiniamo e deliberiamo che ciascun anno, nella festa di San Marco Evangelista, con due giorni precedenti (alla festa) si facciano le vendite ossia mercato in Sonnino ,vale a dire fuori Porta San Pietro e fuori la Portella (extra portam Sancti Petri et extra Portellam);in questi luoghi e loro adiacenze, e in territorio di Sonnino, si debbono ritenere le cose da vendere, merci e bestiami tanto per gli uomini di detto Castello quanto per i forestieri che vengono alle stesse fiere.In questi cinque giorni in cui dureranno le vendite predette, sia i compratori come i venditori sono liberi ed esenti da ogni pagamento di gabella o plateatico. In modo che le cose comprate o vendute, nelle dette vendite o mercato, o in qualunque parte del territorio di Sonnino, durante il tempo di dette fiere ,valgano liberamente in detto Castello di Sonnino e suo territorio ,e possono portarsi fuori dal distretto e dove si vorranno portare liberamente;e chiunque può portare fuori dal distretto o dove vorrà con sua libera volontà.
Aggiungiamo, ancora, che nelle predette feste, le quattro oneste persone che in quel tempo saranno gli esperti del popolo, ordinino il #Palio al quale corrano tutti coloro che vogliono correre con onore e lode del predetto San Marco.

venerdì 22 aprile 2022

Gasparone - Racconto Popolare


Pubblicato nell'ottobre del 1870 in "Roma papale svelata al popolo" il racconto vuole essere la cronaca della liberazione dell' ormai anziano capo brigante e gli ultimi superstiti della sua banda dal carcere di Civita Castellana dove erano detenuti .
Buona lettura .... 

domenica 28 novembre 2021

DIOMIRA DE PAOLIS IN GASBARRONE

 


Diomira De Paolis nasce a Sonnino nel 1800 e morirà a Cento esattamente 201 anni fa, ogni anno la ricordo, merita di essere ricordata, di lei in questa città conservavano un ricordo commovente, le parole del medico che l’assistette furono “onesta in vita , così è stata edificante la sua morte”.


Torniamo ora al 1818, Angelo De Paolis, il fratello di Diomira si trovava incarcerato a Castel Sant’Angelo con sua moglie Giustina Gasbarrone ed i suoi figli; il Carcere Romano ospitava i briganti di marittima e campagna che avevano acconsentito alla Resa di Pio VII, per loro un breve periodo nel carcere e poi l’esilio ed una nuova vita lontano dalla loro terra. Tra i briganti incarcerati anche il giovane brigante di Sonnino, fratello minore di Giustina, Antonio Gasbarrone.

Diomira non è più la bambina che Antonio ricordava e tra le mura del Carcere i due giovani s’innamorano.

Scrive Pietro Masi nella biografia del brigante Antonio Gasbarrone

Da “MEMORIE DI GASPARONI  Redate da Pietro Masi suo compagno alla macchia e di prigione”

Torniamo adesso a Castel Sant’Angelo. Tutti gli amnistiati avevano lì la famiglia, e De Paolis che aveva sposato Giustina Gasparoni, la teneva con sé insieme a sua sorella, una ragazza che si Chiamava Demira. Antonio Gasparoni se ne innamorò subito, e dopo aver ottenuto l’autorizzazione necessaria, la sposò subito nella cappella del Comandante del Castello […].

Dai registri di Castel Sant’Angelo i due reclusi già da un anno nel Carcere si sposarono il 2 maggio 1818, celebrò il matrimonio il curato di Santa Maria in Traspontina,  nella cappella del comandante, il barone Ancajani.

Qualche mese dopo per i giovani fu assegnato Cento come città in cui redimersi e costruirsi una nuova vita, mentre ad Angelo De Paolis e Giustina fu data Comacchio come destinazione.

Cittadino di Cento sarà il primogenito di Diomira ed Antonio Gasbarrore, la giovane darà alla luce un maschio il 20 maggio 1819, alle ore cinque antimeridiane, in una casa di Borgo di Mezzo, segnata dal numero 294. Il bimbo fu battezzato l’indomani e gli furono imposti i nomi Giuseppe Michele. Furono padrini Francesco Cagnoli e Rosa Montanari nata Parmeggiani. Fu presente Antonio , che davanti a due testimoni, l’arciprete Bergamaschi e Giovanni Masetti, riconobbe “detto biambino per suo legittimo figlio” , Il sacramento fu impartito dal cappellano don Pietro Pedroni, (Arch,Parrocch. San Biagio in Cento, Libro dei battezzati, alla data).

Un quadro perfetto, un lieto fine, una giovane famiglia con tante belle prospettive all’orizzonte, lo stesso gonfaloniere di Cento nutriva per i giovani una sincera amicizia ed in occasione della nascita del bambino il 31 maggio 1819 organizzò una festa per i neo genitori con molti invitati e dal 1°  ottobre gli aumentò la pensione di uno scudo e mezzo. Addirittura permise la visita per una settimana del cognato Angelo De Paolis ed una sua figlia, il De Paolis a Comacchio accusava malessere fisico ed oserei dire anche psicologico, non si adattava ne a quel clima e ne a quella vita; il guaio era che anche per Antonio quella vita serena sembrava non piacergli tant’è che il 17 agosto del 1820 scappa da Cento per raggiungere a Comacchio suo cognato ed una volta insieme tornare alla loro vita da brigante, fuggitivi, ma liberi e diretti nella loro terra… a Sonnino.

Diomira era rimasta li a Cento, incredula, rassegnata, a badare a Giuseppe ed incita del secondo figlio. Cuore, anima e fisico iniziarono a risentire della lontananza di Antonio, dei suoi cari, da Sonnino, “cominciò ad appassire come un fiore reciso, tra la compassione della gente”.

Ringrazio Don Michele Colagiovanni per l’accurata ricerca e trascrizione dell’ epistolato che riguarda Diomira che vado qui a mostrarvi :

dopo la fuga di Antonio Gasbarrone il gonfaloniere scrisse al cardinal legato Tommaso Arezzo :

”Il fuggitivo indultato Antonio Gasbarrone ha lasciato la moglie in grave malattia, in stato di gravidanza, ed un tenero figlio di mesi diciotto. La donna non si è voluta accettare nell’Ospedale, perché, essendo incinta, non era ammissibile a seconda delle costituzioni del pio luogo; non si è voluto per si straordinaria compassionevole circostanza declinare dalla regola generale;solo si è offerta la sovvenzione dei medicinali, ed una piccola minestra per l’inferma. Questa è nell’estremo bisogno di essere assistita da una donna, e il tenero bambino non ha di che cibarsi. In si deplorabile situazione ho pregato una donna a prestare servizio all’ammalata, ed ho interessata la compassione di qualche famiglia per gli alimenti al bambino; in pari tempo vengo però a supplicare la bontà di Vostra Eminenza a darmi le di lei istruzioni sul proposito, giacché trattasi di un caso, che interessa vivamente l’umanità, tanto più che la condotta e l’indole della donna inferma, non da a supporre fosse essa consapevole della fuga del marito”.

Il cardinale Arezzo approvò le decisioni del buon gonfaloniere lo autorizzò a continuare a passare, per conto del governo, la pensione di baiocchi trenta al giorno alla donna e aggiunse di suo pugno alla lettera relativa, in data 21 agosto :”Quando la donna sarà sufficientemente ristabilita in salute, la farà trasportare alle carceri un luogo di larga, usandole tutti i riguardi compatibili alla custodia”.

Diomira , “con una docilità e rassegnazione veramente straordinaria, si adattò, come rilevasi da lettera del Gonfaloniere delli 26 successivo, ad essere rinchiusa in carcere col bambino a condizione però, che pel governo del figlio fosse dato in sussidio una donna”. Il 2 settembre il cardinal legato rispose affermativamente. All’assistente, però, avrebbe dovuto provvedere la stessa Diomira con la pensione governativa.

Il giorno 13, il medico delle carceri, Paolo Gigli, dava alla Legazione questo rapporto :” La Diomira Gasbarrone, da che passò in queste carceri, è sempre stata attaccata da febbre lenta (…); la malattia si è aggravata per esserle sopraggiunta una ostinata dissenteria accompagnata da dolori, che la debilitano al segno di non potersi muovere senza aiuto, e mettono in qualche  pericolo la sua vita per essere in istato di gravidanza, ricusando in tale situazione il di lei stomaco qualunque medicatura ed anche i più utili alimenti”.

Il dottor Gigli non si ingannava . Il Cardinal legato pensava forse che esagerasse. In data 22 settembre scrisse al Gonfaloniere :”Per provvedere in qualche modo al bisogno, in cui trovasi la Diomira Gasbarrone, potrà Ella amministrare quotidianamente un razione da detenuto al piccolo di lei figlio, ben inteso che un tale beneficio debba cessare col ristabilimento in salute della predetta Gasbarrone”.

Era intenzione del legato che, una volta guarita, Diomira si unisse in Ferrara alla moglie di Angelo De Paolis. Giustina Gasbarrone; ma l’aggravarsi dell’infermità impedì l’attuazione del progetto.

Il 14 ottobre 1820 il Dott. Gigli scriveva :”Alla Diomira Gasbarrone è sopraggiunta da vari giorni la febbre di carattere infiammatorio con puntura pleurica”.

Il 21 novembre l’inferma era in pericolo di vita. Il medico affermava che alla medesima occorreva “una servitù esatta tanto di giorno quanto di notte, tempo in cui era più aggravata”. La spossatezza da cui era affetta , “accompagnata da frequenti convulsioni”, non consentivano il trasporto fuori del locale in cui viveva. Se avesse affrontato un tale strapazzo , sarebbe morta. Non appena ebbe ricevuto il drammatico dispaccio il cardinal legato rispose approvando tutto ciò che era stato fatto e che si sarebbe potuto fare a vantaggio della disgraziata inferma , autorizzando preventivamente il gonfaloniere a sostenere ogni eventuale spesa : ovviamente , senza sperpero. Con quest’ultima limitazione il cardinale, al quale dobbiamo dar atto di spirito unitario , intendeva forse tenere in considerazione  quanto il gonfaloniere  stesso gli gli aveva anticipato : che, cioè, il Comune si trovava “in mezzo alle crescenti passività” . Tutto fu vano , perché la povera Diomira,  presa dalle doglie, partorì un feto morto e ella stessa, poco dopo , morì, a soli venti anni 27 novembre 1820.

Il dottor Gigli ne tessè un elogio sorprendente per un medico e per la moglie di un brigante: “ La vita della sventurata  Gasbarrone è ieri cessata alle ore 11 pomeridiane . Come  fu detta onesta in vita , così è stata edificante la sua morte. L’ultima sua più fervida preghiera fu di procurare  un provvedimento al tenero di lei figlio , che è nel diciottesimo mese di sua età , essendo nato a Cento il 31 maggio 1819”. Il cadavere della donna fu portato nella chiesa dello Spirito Santo, “dalla quale ,dopo la celebrazione di un buon numero di messe in suffragio dell’anima sua, e le esequie di rito”, venne tumulata nel cimitero comunale. Il legato per la custodia e il mantenimento dell’orfano concedeva scudi tre mensili, da passarsi alla governante. Il bimbo fu affidato alla zia Giustina Gasbarrone.

Nel registro dei Morti della Chiesa di San Biagio a Cento è registrato che Diomira partorì nel settembre 1820 un feto morto, con complicazioni e che lei morì il 27 Novembre 1820 alle ore 11 pomeridiane. Il piccolo Giuseppe Michele Gasbarrone, nato a Cento, alla morte di sua madre aveva appunto 18 mesi, venne inizialmente affidato a sua zia Giustina, ma in seguito morì in un istituto.

Non oso pensare cosa accade nel cuore e nella mente di Antonio Gasbarrone, che dettava lettere per sua moglie a Cento per dargli notizie di se in latitanza, e lei già era nel suo letto di morte, la sua famiglia non esisteva più.

Fonti 
MEMORIE DI GASPARONI  Redate da Pietro Masi suo compagno alla macchia e di prigione
IL TRIANGOLO DELLA MORTE di Michele Colagiovanni
IL BRIGANTAGGIO NEL LAZIO MERIDIONALE E L’OPERA DI SAN GASPARE DEL BUFALO di Michele Colagiovanni 

martedì 13 febbraio 2018

ll Principe dei briganti - i natali


Il Principe dei briganti Antonio Gasbarrone detto "Gasperone" o "Gasparone" nasce a Sonnino nel 1793, un piccolo Borgo medievale arroccato sugli Ausoni, nell'allora Stato Pontificio e strategicamente posizionano ai confini con il Regno delle due Sicilie, soggetto a tutte le tensioni secolari che condizionava questo territorio.
Battezzato il 12 dicembre nell' insigne collegiata della chiesa di San Giovanni, i genitori Rocco Gasbarrone e Faustina Ippoliti, gli imposero il nome di Antonio, Maria e Domenico .


Già all'età di 7 anni seguiva il padre in montagna al pascolo, la sua era una famiglia di piccoli possidenti. A soli 10 anni perse il padre, a 14 la madre, il ragazzo venne così cresciuto dal fratello maggiore Gennaro e le sorelle Settimia e Giustina.
L'abitazione che vide i suoi natali è ancora lì nel caratteristico Vicolo del Piacere incastrata nelle pietre secolari che modellano questo piccolo labirinto di case.





"Memorie di Gasparone" di Pietro Masi








Se oggi conosciamo come era strutturato il brigantaggio, le sue "leggi" e la vita del più celebre tra di essi, il Principe dei briganti Antonio Gasbarrone, dobbiamo ringraziare l'anima acculturata della banda "Gasperone", il brigante Pietro Masi. Nato a Patrica il 29 giugno del 1801, Masi malvolentieri scelse questa vita da fuorilegge a seguito di un omicidio compiuto in un momento d'impeto nel 1824 che gli fece lasciare moglie e figlio per girovagare prima per le montagne del basso Lazio fino a trovarsi con i briganti.

Da "Memorie di Gasparone" di Pietro Masi

Avvertimento dell'autore

" Nel corso di questa storia dovrò citare parecchie ordinanze ufficiali di Governo, copiate da me su originali stampati la cui autenticità non è da mettere in dubbio. Probabilmente con interesse, si potrà leggere nell'ottavo capitolo la seconda parte del famoso editto del cardinal Pallotta, relativo al brigantaggio.
Prima di cominciare il racconto prego il lettore di voler scusare i numerosi errori di stile e di ortografia che possono essere sfuggiti ad un disgraziato prigioniero come me.
A questo lettore felicità e salute! "

Pietro Masi 
dal Forte di Civitacastellana
1861